Lavori di tappezzeria
Dal 1984 la tappezzeria attraversa la mia vita.
Ho imparato il mestiere in bottega, nell’azienda di mio padre Osvaldo e dei suoi fratelli, quando il sapere passava dalle mani agli occhi, dal silenzio all’osservazione.
Io spazzavo. Loro lavoravano.
E mentre pulivo, sistemavo, aspettavo, cercavo di cogliere quei gesti minimi e precisi che non si insegnano a parole: il modo di tagliare un tessuto, di prendere una misura, di riconoscere un materiale al tatto.
Il mio primo compito non è stato creare, ma disfare.
Una poltrona, poi un’altra, poi una sedia.
Strato dopo strato, punto dopo punto.
Le mani facevano male, tanto da non riuscire più a stringere il martello. Quando l’ho detto, la risposta è stata semplice:
“Quando arriveranno i calli, non sentirai più niente.”
E così ho continuato.
A un certo punto ho chiesto: se continuo solo a disfare, quando imparerò a fare?
Mio padre mi ha risposto:
“Impari guardando come sono fatte le cose che disfi. Memorizza.”
In quella frase ho capito che stavo imparando davvero.
Ogni oggetto smontato era una lezione, ogni materiale una storia diversa.
Stavo costruendo, inconsapevolmente, il mio archivio interiore di forme, tecniche e soluzioni.
Il tempo mi ha portato dal laboratorio di famiglia a uno spazio mio, poi oltre confine, fino alle collaborazioni nel Regno Unito e al trasferimento nei pressi di Londra, dove ho aperto il mio negozio.
Oggi il tessile è ancora il mio linguaggio.
Lo utilizzo nell’arredo, ma anche nei quadri, dove il materiale conserva memoria, gesto e tempo.
Perché ogni tessuto, prima di essere forma, è esperienza.
In queta pagina potrete vedere alcune mie lavorazioni
Se avete delle sedie, poltrone, puff ecc… e volete dar loro una nuova vita, niente di più semplice, se avete bisogno di un consiglio, un preventivo, vi basterà contattarmi e inviarmi delle fotografie tramite Whatsapp (tramite il pulsante che vedete in fondo pagina)
Si vede che mi piace prendermi cure delle vecchie sedie?
incordare delle molle, pulire il legno e tingerlo nuovamente , cosa c'è di più bello? ummm qualcosa mi sta venendo in mente
sedie ricoperte facendo attenzione ai particolari, potete osservare il tessuto dei bottoni che coincide perfettamente con la stoffa della sedia . lavorare bene si può costa solo un pizzico di passione in più
Progetto Bimbi:
faccio disegnare ai bambini sulla stoffa che poi uso per rivestire i loro arredi
questa poltrona l'ho realizzata in Inghilterra dove avevo un negozio/ laboratorio aperto al pubblico, le persone entravano per vedere come lavorava un tappezziere italiano.
di seguito potete vedere il metodo di lavorazione inglese, che ho imparata dal mio amico tappezziere Derrol. Gli inglesi a differenza nostra (che realizziamo prima il sedile) prima realizzano i braccioli, poi lo schienale e in fine il sedile . Anche i materiali sono differenti dai nostri in Italia, l'incordatura delle molle viene eseguita facendo molti più nodi sulla molla. quale sia il metodo migliore non spetta me a dirlo, posso solo dire che un maestro artigiano italiano non ha confronti.
Come nasce una fodera
Vi racconto come nasce una fodera.
O meglio: come si costruisce il vestito di un divano.
La ricopertura può essere fissa o sfoderabile.
Quella sfoderabile ha una qualità semplice e preziosa: può essere tolta, lavata, vissuta nel tempo. È fatta per accompagnare la vita.
Tutto inizia dal tessuto.
Il cliente lo sceglie tra quelli che selezioniamo direttamente dai produttori. Andiamo da chi li realizza, tocchiamo, guardiamo, controlliamo. La qualità non è una parola: è una presenza.
Saltare passaggi inutili significa anche rispetto, per il materiale e per chi lo acquista.
Il tessuto, prima di diventare forma, viene lavato in lavanderie professionali, ad acqua o a secco, secondo la sua natura.
È un passaggio fondamentale: serve a togliere le tensioni, ad evitare che il tempo e i lavaggi futuri lo tradiscano. È un modo per dirgli: ora puoi diventare qualcosa.
Quando torna dalla lavanderia, pulito e stirato, il lavoro vero può iniziare.
Stendo il tessuto sul tavolo.
Lo guardo.
Guardo il divano, posizionato lì accanto su cavalletti di legno che hanno più anni di me.
Li usava mio nonno, poi mio padre ed ora io.
Funzionano ancora, come certe cose fatte bene.
Cerco di immaginare il divano finito, rivestito, trasformato.
Misuro ogni parte, studio come usare al meglio la stoffa.
Ed è qui che inizia il difficile. O forse, semplicemente, la creazione.
Mi dico: “Dai, è solo un divano. Fai in fretta, come fanno tutti.”
Poi sorrido. Lo guardo. Gli parlo.
Sì, parlo al divano. E a volte anche al tessuto.
“Fidati, vedrai che sarai bellissimo.”
Segno sul tessuto i pezzi da tagliare.
Non uso stampi perché ogni oggetto fatto come si deve è su misura.
È un puzzle che nasce lì, sul momento.
Impugno le forbici.
Questo gesto mi emoziona sempre.
Da qui in poi non si torna indietro: il lavoro prende forma.
Appoggio i pezzi sul divano, cerco l’armonia del disegno.
Se serve, imbastisco.
È una lavorazione che oggi si fa sempre meno, perché richiede tempo.
Mi dicono: “Ma sei matto? Chi vuoi che se ne accorga se il disegno non combacia perfettamente?”
Io me ne accorgo.
E non esagero: la differenza sta proprio lì.
Lo dico spesso: siate esigenti. I soldi sono vostri. Pretendete la perfezione.
Esiste. Non costa di più. È solo fatta meglio.
Un lavoro artigianale si riconosce perché dentro c’è anche un po’ di cuore.
Tolgo i pezzi dal divano e li rimetto… al rovescio.
Sì, al rovescio.
Serve perché i segni non si vedano e perché, quando la sarta cuce, non debba girare la fodera, evitando che il tessuto si sposti e perda il suo disegno.
Unisco i pezzi con gli spilli.
Sono più grandi del necessario: serve spazio per correggere, per far combaciare tutto alla perfezione.
E poi arrivano i tagli più importanti: quelli che permettono al tessuto di seguire esattamente le forme.
Mentre taglio, una frase mi accompagna da più di quarant’anni:
“Fai i tagli sempre dalla parte della ragione.”
Vuol dire lasciare sempre una possibilità.
Perché un taglio puoi allungarlo, ma se è troppo… non puoi tornare indietro.
Qui la tecnica incontra il pensiero.
Davanti a me ora c’è un divano goffo, rivestito al contrario, pieno di spilli, con stoffa che esce ovunque.
“Che brutto che sei.”
No, in realtà no. Sei solo in attesa.
La fodera viene sfilata.
È diventata un unico corpo, tenuto insieme da più di cento spilli. Una volta li ho contati. Una sola volta.
La affido alle mani esperte di chi la cucirà.
Anche lì non esiste una regola fissa.
Ogni pezzo è unico, ogni tessuto ha il suo carattere. Prima di cucire bisogna osservare, capire, prevedere le difficoltà. È tempo speso bene.
Quando la fodera è pronta, il divano aspetta il suo vestito.
È il momento della verità.
Se qualcosa non funziona, si toglie, si corregge, si ricalza. Anche più volte.
Fino a quando tutto è come deve essere.
Alla fine guardo l’oggetto davanti a me.
È unico.
Forse esagerato chiamarlo opera d’arte?
Io direi di no.
Perché per realizzarlo ci sono voluti sapere, esperienza, passione…
e un pizzico di cuore.
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